Beetroot - ritratto artista

Riccardo ‘Beetroot’ Rapone è un artista romano, dalla tecnica originalissima e con una forte passione per i soggetti dell’arte classica, ma non solo. Una volta che avrete scoperto le sue opere, non potrete non riconoscerle. Lo abbiamo incontrato a via della Pineta Sacchetti per rivolgergli qualche domanda e approfondire il suo legame con la street art.

Riccardo, iniziamo: come ti sei avvicinato al mondo dell’arte in generale e poi in particolare a quello della street art?

L’interesse per la street art è nato quando abitavo a Londra: ero in un quartiere con tantissimi murales e qualche volta ho avuto la fortuna di veder spuntare anche delle opere di Banksy. Mi ha incuriosito la sua tecnica ed è così che ho scoperto il mondo dello stencil. Perché io ho sempre disegnato ma prima di allora non mi ero mai accostato al muralismo.

Ho sentito parlare di un tuo progetto che si chiama “picture crossing”. Ce lo racconti?

Adesso di mio è più facile trovare in giro muri inamovibili, ma il picture crossing è stata la mia prima forma di street art. Praticamente creavo opere “rimuovibili” di piccole dimensioni, con dietro i miei contatti, per vedere che fine facevano.

Della maggior parte non ho saputo più nulla, ma una mia opera è arrivata a Parigi. L’ha trovata una coppia, che poi mi ha anche scritto per invitarmi al matrimonio. Così gli ho regalato un quadro, che è diventato l’immagine sulle partecipazioni.

Quali sono i modelli che hanno ispirato e che magari continuano a ispirare la tua arte?

Ne ho diversi, da epoche completamente differenti. I modelli dell’arte classica, soprattutto del Cinquecento, sono Caravaggio, il Guercino, Rubens, i pittori fiamminghi… Li apprezzo per il loro uso della luce, che è fondamentale per la tecnica che uso. Sta tutto nel gioco tra luce e ombra.

Di artisti moderni, il primo che ho seguito è stato Banksy, ma poi girando ne ho scoperti molti altri. Ad esempio Jef Aerosol, un francese bravissimo, che ho conosciuto tramite un’opera minuscola in un sottopassaggio. E poi Vhils, che mi piace tantissimo e che è quello che ha più influenzato la mia tecnica. Anche se lui incide direttamente il muro così come lo trova, e dunque per dare volume all’opera scava molto in profondità

Infatti spiegaci un po’ più nel dettaglio come lavori alle tue opere, dato che utilizzi un procedimento molto particolare.

Allora, è come se facessi un bassorilievo: inizio passando uno strato di stucco sul muro, dopodiché stendo i colori dal più chiaro al più scuro. L’ultimo è sempre il nero. Infine attacco lo stencil dell’immagine, che ho trasformato in gradazioni di grigio: a ogni gradazione corrisponde un colore che ho steso.

A quel punto uso il trapano e gratto via gli strati di colore: a seconda della gradazione di grigio dello stencil so che colore devo andare a ricercare sotto, quanto spingere e che tipo di punta usare. Ma la sorpresa c’è sempre: dipende dall’umidità della giornata, se è estate o inverno,  se i colori ancora freschi si sono mescolati. Ma va bene così, è arte di strada, non da studio!

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Come scegli i soggetti da rappresentare per le tue opere?

Non sempre li scelgo io! Comunque cerco di mediare fra quello che mi viene chiesto e quello che vorrei fare, e spesso ci riesco. Ma se posso scegliere, dipende tutto dalla luce del soggetto. Il mio prossimo step infatti è di produrmi da solo la fotografia che utilizzo nell’opera.

Siamo qui a Via della Pineta Sacchetti, dove incontriamo due tue opere, “Il vecchio e il writer” e “Franco Califano”. Ce le racconti?

Franco Califano è stata la prima opera che ho fatto in questa zona. C’è stata una richiesta specifica da parte delle persone del quartiere, perché il cantante abitava qui a due passi. È un soggetto che a me piace tantissimo, ho ascoltato spesso la sua musica, quindi ho detto di sì senza pensarci due volte.

Beetroot-Via-Pineta-Sacchetti-Vecchio-E-Writer-Street-Art-Tour-Roma-ROVESCIO-2015-12-22-0001Per quanto riguarda “Il vecchio e il writer”, il muro che lo ospita è di proprietà di un convento. Così ho pensato che quell’opera del Guercino, con il vecchio che guarda in posizione un po’ ascetica, sarebbe stata sicuramente apprezzata dalle suore che vi abitano. Infatti appena l’hanno visto hanno esclamato: “Uh, san Pietro!” e stavo per correggerle ma alla fine, perché no? Succede di frequente, che nel soggetto di un’opera ognuno ci veda qualcosa di personale.

Poi una notte dei taggers di zona sono venuti e hanno crossato tutto il progetto di Pinacci Nostri. A me è toccata la tag più evidente perché l’opera ha il fondo nero. Ma non volevo entrare in guerra e quindi ho integrato la scritta: ho aggiunto una bomboletta al vecchio e cambiato il nome dell’opera in “Il vecchio e il writer”.

Qui intorno ci sono molte altre opere realizzate per Pinacci Nostri, che “è un movimento indipendente che utilizza la street art come volano per diffondere la cultura nel nostro quartiere”. Cosa ne pensi? L’arte urbana ha questo potere?

Assolutamente sì! Prima il movimento della street art era solo esclusivamente illegale, sotterraneo. Mentre ora si sta diffondendo in tanti quartieri, a Primavalle per esempio ha funzionato benissimo. La street art attira le persone, le rende partecipi. Come qui: prima sul muro c’era solo uno scarabocchio, adesso invece lo senti tuo, ti appartiene e quindi hai qualche cosa da difendere. È un movimento che fa bene ai quartieri, questo sicuramente sì.

Abbiamo incontrato le tue opere anche in altre occasioni “collettive”, ad esempio a Tracce Temporanee. Cosa pensi di questi festival?

Sono belle occasioni, anche perché tra noi artisti non c’è rivalità: ci conosciamo tutti e andiamo tutti quanti molto d’accordo. Anzi quando ci sono festival o cose del genere è tutto un chiamare e coinvolgere gli altri.

Tracce Temporanee poi è stato un evento veramente sui generis, destinato a durare solo 4 giorni. Ero in vacanza, quando mi chiama Mr. Klevra e mi dice: “Sabato sto andando a dipingere, vieni, abbiamo un muro a viale Liegi”. Tra me e me mi chiedo come sia possibile che ci sia un muro a disposizione a viale Liegi, che è proprio in mezzo ai Parioli, neanche una stradina laterale! Ma alla fine sono andato e così ho scoperto tutto il progetto.

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Tracce Temporanee ha portato all’estremo il senso di “precarietà” della street art. Da creatore dell’opera come lo vivi?

Chi fa arte urbana è consapevole che il primo che passa può distruggere la sua opera. È la regola numero uno: la street art è effimera. E ti dico un’altra cosa: la street art si tocca. Tutti a chiedere: “Ma posso?” Devi, devi toccarla! Non stai mica al Louvre! Con la street art puoi fare una cosa che non ti è consentita in nessun altro caso con delle opere. E così ti rendi meglio conto della materia e magari ricevi una sensazione completamente diversa.

Ultima domanda: il tuo nome d’arte è “Beetroot”, come mai l’hai scelto?

Perché di cognome mi chiamo Rapone! In italiano è brutto da morire e in inglese non è esattamente traducibile, perché la rapa in inglese si dice “turnip”, mentre la “beetroot” è “barbabietola” in italiano. Ma quando lavoravo a Londra in cucina, mi occupavo anche di preparare la sala. Una delle vaschette che dovevo portare erano proprio quella delle barbabietole, delle latte con scritto “beetroots” ovunque! Quindi ho pensato: sarà quello il mio nome d’arte.

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Grazie a Riccardo per l’intervista che ci ha concesso. È un artista disponibile e alla mano, ed è stato davvero un piacere parlare con lui. Se volete continuare a seguire il suo lavoro online, potete trovarlo su Facebook e su Instagram. Ma tenete anche gli occhi aperti, potreste trovare le sue opere ad ogni angolo di Roma!

A proposito, siete romani o di passaggio nella Capitale? Vi consigliamo tre opere di Beetroot da andare a scovare:
Trilussa – vicino via Giovanni Giolitti 241 (zona Termini)
Il vecchio e il writer – vicino via della Pineta Sacchetti 55
Medusa – dentro il Red Lab Quarticciolo, in via Ostuni 9, angolo piazza del Quarticciolo.

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Ph: Andrea Veroni

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